Partecipazione
29 luglio 2019
Tra accoglienza e mediazione

L’operatrice e operatore dell’accoglienza raccontato da Anna e Viola

Sai cosa significa essere operatore dell’accoglienza nei progetti SPRAR – SIPROIMI?

Mò ti spiego è una campagna di comunicazione che racconta i servizi di Arca di Noè per favorire percorsi di inclusione sociale e inserimento socio-lavorativo nel territorio di Bologna.

Lungo i bivi della tua strada incontri le altre vite, conoscerle o non conoscerle, viverle a fondo o lasciarle perdere dipende soltanto dalla scelta che fai in un attimo; anche se non lo sai, tra proseguire dritto o deviare spesso si gioca la tua esistenza, quella di chi ti sta vicino. (Susanna Tamaro)

Anteprima Mò ti Spiego Arca di Noè

Essere operatore dell’accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati all’interno di progetti SPRAR – SIPROIMI significa per prima cosa operare una scelta rispetto al lavoro che si vuole fare “da grandi”.
Anna, dipendente della cooperativa dal 2017, originaria di Messina, ci ha raccontato di aver sempre amato l’incontro. Dopo una tesi sulla riforma della terra in Burkina Faso e un dottorato in Scienze Politiche e Sociali dove ha svolto la sua ricerca, è approdata in Senegal per un progetto di Servizio Civile Internazionale. L’occasione di lavorare come operatore dell’accoglienza ha rappresentato l’ennesima opportunità di conoscere ed imparare.

Viola si è avvicinata al mondo dell’accoglienza durante il periodo di stesura della tesi di Laurea magistrale in Antropologia Culturale, quando ha iniziato ad interrogarsi sui percorsi che portano le persone migranti ad accedere ai servizi sanitari e sul rapporto tra migrazione e salute. Da sempre interessata alle politiche della relazione di aiuto, Viola crede che il modo di relazionarsi con l’altro/a esprima il valore politico che diamo all’incontro. Lavorare all’interno del progetto SPRAR – SIPROIMI le permette quotidianamente di praticare interessi che durante l’università risultavano teorici.

Anna e Viola supportano persone richiedenti asilo nel percorso di integrazione in Italia, nella Città Metropolitana di Bologna. È un lavoro che definiscono “necessario”, per un territorio ed una società che non sembra essere ancora pronta e capace di “accogliere” senza un alto livello di mediazione. L’operatrice e l’operatore dell’accoglienza è infatti una professione della relazione che attiva continuamente ponti e favorisce lo scambio tra le persone richiedenti asilo e il territorio, i servizi sociali e sanitari, le scuole e le associazioni. È una professione estremamente complessa, che parte dall’ascolto e dalla rilevazione dei bisogni delle persone accolte e del territorio in cui vivono.

I progetti di accoglienza puntano all’autonomia delle persone e dei territori. Autonomia è incontro, scambio e confronto. C’è un livello sociale, oltre a quello individuale, che rende l’accoglienza un’azione politica e che permette di costruire quotidianamente il tipo di società che si vorrebbe realizzare.
Favorendo l’incontro e il dialogo tra mondi e punti di vista differenti, chi opera nell’ambito dell’accoglienza immagina e produce nuovi modelli sociali e culturali, trasforma il presente, modifica il proprio punto di vista e quello dell’altro, evita la cristallizzazione di persone in categorie sociali e riduce il rischio di emarginazione e stigmatizzazione.

Il modo in cui ci si relaziona, si dialoga, si aprono degli spazi di confronto con l’altro parla della legittimità che si dà all’altro di essere qui, di avere dei diritti, delle tutele, della collocazione che l’altro può avere nella società di approdo”- ci dicono Viola e Anna.
Lo sguardo che assumiamo nell’incontro di una persona proveniente da un altro contesto sociale, culturale, economico incide fortemente nel percorso delle persone che arrivano, nelle possibilità di riuscire o fallire delle persone che arrivano. Il lavoro dell’accoglienza è cura delle relazioni, studio e messa a punto di strumenti pratici e nuove prassi che permettano di avviare lenti ma quotidiani cambiamenti sul territorio.

Anna e Viola sono consapevoli che l’incontro inevitabilmente può produrre un conflitto, determinato dalla non conoscenza, dalla paura, dalla non comprensione. Nella migrazione succede spesso che le persone, arrivate in un nuovo territorio, sentendosi sradicate, marginalizzate e senza appigli, si aggrappino a “tradizioni” probabilmente mai state prima così centrali nelle loro vite e, in questo modo, rischiano un ulteriore isolamento sociale. Dall’altro lato la nostra società non sempre è attrezzata per accogliere persone provenienti da altri contesti, non è facile comprende la complessità che è insita in ciascuna persona.
È quindi necessario un alto livello di mediazione: aprire spazi di confronto dove le differenze (reali o immaginate) possano coesistere, trovare punti di contatto e generare nuovi equilibri, invece che cristallizzarsi e tramutarsi in scontroLa sfida dell’accoglienza è quella di ridurre il trauma sul territorio, l’istinto di chiusura, il principio di “conservazione” che ciascun individuo, a determinate condizioni, tende ad attivare, favorendo un livello di incontro da cui possono nascere nuove possibilità economiche e sociali, a vantaggio di tutti.Medizione Accoglienza Arca di Noè

Lavorare nell’accoglienza è sicuramente una scelta animata dalla volontà di raccogliere una sfida e di contribuire a determinare la società in cui si vuole vivere ma questo lavoro non è esule da grandi contraddizioniIn questo momento stiamo vivendo una limitazione degli ingressi, per certi aspetti stiamo diventando un sistema che rischia di essere recepito come “respingente”, mentre il nostro lavoro quotidiano tende all’inclusione. C’è quindi in questo momento una contraddizione fortissima insita nel nostro ruolo. Le persone con cui lavoriamo hanno bisogno di inserimento sociale, sanitario, lavorativo. Tutto questo non ha nulla a che vedere con il tema della sicurezza.

Nonostante le difficoltà quotidiane, i rischi che derivano dalla riduzione di servizi fino a poco fa ritenuti fondamentali, la precarietà insita in un ruolo professionale non riconosciuto, Anna e Viola, come moltissimi loro colleghi, continuano a voler immaginare e progettare nuove forme di inclusione sociale e sperano in un futuro in cui non ci sia più bisogno di strutture in cui “accogliere” persone provenienti da altri contesti.
Tuttavia la complessità del momento indica che la presenza di professionisti e professioniste dell’accoglienza è ancora fondamentale. Ascoltare il bisogno di lavoratori e lavoratrici che operano negli 875 progetti nazionali di accoglienza, in oltre 1800 Comuni di Italia, supportando 35.650 persone, oltre che i servizi e le realtà che con esse si relazionano, risulta più che mai urgente riconoscere il valore e le competenze messe in gioco.

Viola e Anna, rappresentano tantissimi professionisti e professioniste, una categoria sociale e lavorativa competente, appassionata e professionale che ha costruito in questi anni strumenti operativi, imparato nuovi modi di comunicare e veicolare messaggi, tradotto servizi, supportato persone e territori per favorire l’incontro e la conoscenza tra persone che già vivono a Bologna e in Italia. Un incontro che, senza la presenza di queste competenze, della capacità di osservazione, della capacità di ascolto e di una buona dose di creatività, non avverrebbe allo stesso modo.

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